Racconto brevissimo rifiutato

Un po’ di tempo fa, pensavo di pubblicare qui sul mio minuscolo blog di letteratura racconti brevi, o brevissimi. Naturalmente tra il dire e il fare ci sono in mezzo un milione di impegni e un miliardo di distrazioni. Così ho pubblicato la prima storiella che ho inventato per il corso di scrittura della Scuola Belleville di Milano e poi mi sono dimenticata del mio buon proposito. Ma oggi il progettino è tornato a bussarmi in testa. Così condivido nel web un racconto brevissimo che avevo pensato per una certa iniziativa, ma ovviamente è stato rifiutato.  racconto brevissimo

Per ora le mie storielle sono tutte sghimbesce. Appaiono come statuette storte che fan fatica a reggersi in piedi. L’inizio magari è buono, ma lo svolgimento lascia a desiderare. Le parti del modellino sono sproporzionate. Guardando dall’alto al basso, si perde il senso dell’armonia. Si pensa che forse chi ha scritto, l’armonia proprio non sapeva dove stesse di casa, e nemmeno di penna. Il finale è una pasta frolla venuta molle come un budino. Ma siccome sono una persona ottimista e piena di speranza, di tanto in tanto scrivo uno strampalato racconto brevissimo. Prima o poi, la minuscola storiella potrebbe conquistare un suo equilibrio. 

Chi apprezzerebbe un racconto brevissimo, se fosse arguto

Chi potrebbe apprezzare un racconto brevissimo? Van di moda le saghe familiari e i romanzoni da più di cinquecento pagine. Ma se hai tempo solo per un caffè e ti tocca sorseggiarlo in solitudine, un racconto brevissimo fa al caso tuo. Dunque, mettiti comodo, come raccomanderebbe Calvino. Tieni nella destra la tazzina calda e nella sinistra lo smartphone. Non farti troppe aspettative ché potresti beccarti una delusione. Sii un pochino indulgente. Non sono nata “imparata”, ma cerco di imparare. 

Imenotteri dimenticati

Le formiche sono morte ammazzate in un angolo del battiscopa, un cospicuo mucchietto nero, una fossa comune a soggiorno aperto, dietro al divano. Davanti alla scrivania, nello studio accanto, siede Romaldo, che ne è l’assassino, senza memoria. Nessuno ha più badato agli imenotteri dal didietro gonfio e florido un tempo, ora rappresi, ridotti a sabbia per l’aspirapolvere. racconto brevissimo Imenotteri dimenticati

Romoaldo fa lo scrittore lento. Strofina i palmi delle mani a lungo, per scoccare una parola, dai metacarpi al cervello. La parola rimbalza sonnacchiosa, e torna ai polpastrelli sudati, che ogni dieci secondi affondano nella tastiera. L’alfabeto gira sulla plastica del calcolatore alla rinfusa. Sicché, per comporre una parola di sei lettere, come “tafano”, “somaro”, o “pitone”, occorre un minuto intero, una stipata serie di sessanta secondi, composta da sei staffette da dieci, con passaggio del testimone a ogni tacca del quadrante, e sussulti del diaframma, su e giù, per ciascun respiro bradipnoico, spalancato al tempo e al vuoto.

A un tratto, dalla porta finestra che dà sul giardino, entra un moscone. Non si può andare fuori, ma si può andare dentro, è convinto il moscone, come le formiche, sue precorritrici. Fa scatti veloci, da un angolo all’altro, sbatte sui vetri e l’intonaco dei muri, rimbomba lo scheletro, svolazza senza grazia, come un tricheco nella tazza.

Bzz bzz … è il discorso del moscone. Non sa di penetrare nei paraggi del luogo del delitto, dove giacciono ormai freddi i resti degli improvvidi imenotteri. Non sa che il digitatore tonto di sentenze e rappresentazioni è lesto ad acchiappare agili forconi. Così va il mondo, così va la natura. Chi pesca fermo, riempie la rete di verdura. Chi rapido zampetta, o ronza spensierato, dall’infida falce, prima o poi, viene pescato.

Lascia un commento

error: Content is protected !!

Chiudendo questo banner e continuando la navigazione sul sito acconsenti all'utilizzo di cookie. Maggiori informazioni.

Per consentire la migliore esperienza di navigazione possibile, questo sito fa uso di cookie. L'impostazione è predefinita sull'abilitazione dei cookie. Se non blocchi i cookie o clicchi su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi.