Restare e fuggire. L’amica geniale di Elena Ferrante. Volume primo.

Napoli - L'amica geniale di Elena Ferrante

«E vissero felici e contenti». Così finirebbe L’amica geniale di Elena Ferrante se fosse una fiaba. I secoli hanno insegnato alle bambine ad attendere il lieto fine con fiducia e gratitudine. La Ferrante suggerisce piuttosto una cauta diffidenza e la speranza viene delusa. Vincoli di luogo e tempo capovolgono il sogno di serenità in un dubbio inquieto. Il racconto contrappone un territorio che costringe a uno che libera ed è meta, legami che trattengono a giudizi che allontanano. Il succedersi degli eventi delinea due percorsi di crescita che sembrano divergere, dalla prima infanzia alla piena adolescenza.

Tema conduttore del romanzo è l’amicizia tra Elena Greco, detta “Lenuccia”, e Raffaella Cerullo, “Lila” per l’amica, “Lina” per tutti gli altri. Entrambe provengono da famiglie povere e crescono in un rione degradato di Napoli. I personaggi che le circondano e attraversano la storia non hanno studiato, fanno mestieri umili, vestono abiti logori, parlano quasi solo dialetto, regolano i conti a pugni e bastonate. Ma la maestra Oliviero annuncia ai genitori di Lenuccia e ai Cerullo che le figlie sono portate per gli studi e possono far l’esame di ammissione alla scuola media. La famiglia di Elena accetta la novità malvolentieri. Quella di Lila è contraria e non cambia idea, nonostante le richieste insistenti della bambina.

Poco prima della licenza elementare le piccole amiche si mettono d’accordo per realizzare un sogno: uscire dal rione e raggiungere il mare. Saltano la scuola, attraversano il tunnel nero pesto, percorrono lo stradone rumoroso in mezzo alla campagna, si tengono per mano fianco a fianco. Come al solito Lenuccia sente Lila più sicura e consapevole, come se stesse camminando in testa, spronandola all’avventura con il suo passo veloce. Ma a un tratto succede l’imprevedibile, l’inspiegabile su cui Lenuccia rimugina tutta la notte: inizia a piovere e Lila vuol tornare.

L’epilogo dell’Amica geniale evoca l’affannato ritorno di anni prima. Non proietta il futuro roseo delle principesse delle fiabe. I personaggi che «vissero felici e contenti» sono solo nell’immaginazione delle due bambine e alla fine dell’adolescenza non trovano più spazio. Lila ha smesso di prendere libri in biblioteca. Ha smesso di progettare nuove scarpe. Esce dal guaio di un corteggiatore camorrista trovandone un altro, salumiere e ricco. Dopo l’episodio di confusione delle immagini di uomini e oggetti definito “smarginatura”, l’annebbiamento dei sensi che dà la nausea per la violenza intorno, Lila diviene «più pigra». O forse prende la sua decisione. Vuole solo tornare e restare, a sedici anni, con l’abito bianco all’altare, più ancora che sposa, vittima di un sacrificio. Quello della collettività cui definitivamente appartiene.

Citazioni.

«Un senso di repulsione aveva investito tutti i corpi in movimento, la loro struttura ossea, la frenesia che li scuoteva. Come siamo mal formati, aveva pensato, come siamo insufficienti. Le spalle larghe, le braccia, le gambe, le orecchie, i nasi, gli occhi, le erano sembrati attributi di esseri mostruosi, calati da qualche recesso del cielo nero. E il ribrezzo, chissà perché, si era concentrato soprattutto sul corpo di suo fratello Rino, la persona che pure le era più familiare, la persona che amava di più.
Le era sembrato di vederlo per la prima volta come realmente era: una forma animale tozza, tarchiata, la più urlante, la più feroce, la più avida, la più meschina».

Elena Ferrante, L'amica geniale, volume primo, edizioni e/o, Roma, 2016, p. 86.

«Non l'avevo mai vista nuda, mi vergognai. Oggi posso dire che fu la vergogna di poggiare con piacere lo sguardo sul suo corpo, di essere la testimone coinvolta della sua bellezza di sedicenne poche ore prima che Stefano la toccasse, la penetrasse, la deformasse, forse, ingravidandola. Allora fu solo una tumultuosa sensazione di sconvenienza necessaria, una condizione in cui non si può girare lo sguardo dall'altra parte, non si può allontanare la mano senza riconoscere il proprio turbamento, senza dichiararlo proprio ritraendosi, senza quindi entrare in conflitto con l'imperturbata innocenza di chi ti sta turbando, senza esprimere proprio col rifiuto la violenta emozione che ti sconvolge, sicché ti obblighi a restare, a lasciarle lo sguardo sulle spalle di ragazzo, sui seni coi capezzoli intirizziti, sui fianchi stretti e le natiche tese, sul sesso nerissimo, sulle gambe lunghe, sulle ginocchia tenere, sulle caviglie ondulate, sui piedi eleganti; e fai come se nulla fosse, quando invece tutto è in atto, presente, lì nella stanza povera e un po' buia, intorno il mobilio miserabile, su un pavimento sconnesso chiazzato d'acqua, e ti agita il cuore, ti infiamma le vene».

Ivi, p. 309.

 

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