Amore giapponese: Confessioni di una maschera

Yukio Mishima indaga omosessualità e sadomasochismo in un grande classico della letteratura giapponese.

Trama.

Il primo ricordo di Kochan risale alla tenera età dei primi quattro o cinque anni di vita. Un ragazzo incrocia il suo passo incerto di bambino. Senza camicia, i muscoli evidenti, lo scintillio della pelle, i pantaloni che fasciano le cosce. A scuola si innamora di Obi, scontroso, intelligente, atletico. Durante la guerra scampa i rischi della vita da militare. Durante gli anni dell'università la finzione adombra per intero la sua vita. Il corteggiamento delle donne è una farsa necessaria. La sorella di un amico ha affetto per lui e gli permette di consolidare la messa in scena. Ma chiamato a una scelta definitiva, l'inquieto protagonista si sottrae al matrimonio. 

Si apre e si chiude su riflessi Confessioni di una maschera di Yukio Mishima, immagini che feriscono gli occhi e inondano la mente. Le luci dell’infanzia anticipano le comparse dell’età adulta. Cosa nasconde il candore di Kochan? Cosa simula la sua spudoratezza? 

Quando la narrazione in prima persona si avvicina al nucleo delle sue passioni, le mie ginocchia sbattono sotto la scrivania, le caviglie si scuotono in un sussulto, gli occhi cercano salvezza nell’apparenza della carta stampata.

I colori della storia sono il bianco e il rosso. La pelle immacolata che ricopre i muscoli tesi e definiti, lo scarlatto del sangue che la macchia e la disegna. Omosessualità e sadomasochismo intridono le pagine di Mishima e aprono il sipario dell’inazione del protagonista. Il racconto segue  il gioco dei suoi alibi. Si riveste degli affetti degli altri personaggi. Fa eco ai colpi sordi della guerra. Batte sulle pareti di una prigionia, quella di Kochan. 

«[…] in me l’impulso non superava la sessualità, non trascendeva la propria natura d’impulso oscuro, che urlava invano, che si dibatteva alla cieca, senza scampo».

(Yukio Mishima, Confessioni di una maschera, Feltrinelli, 1986, p. 208)

Sembra avverarsi il desiderio del protagonista bambino di scambiarsi con il vuotatore di pozzi neri che troviamo nelle pagine iniziali. Incarna il primo fulgido ricordo. Il fognaiolo, lo schiumatore di escrementi entra ed esce di scena a torso nudo, con i jeans attillati sulle cosce, attraente. La recita di Kochan opera la “bonifica” della sua persona, l’incessante pulizia del suo mostrarsi secondo le aspettative della collettività. Finge di condividere il turbamento dei compagni per le donne. Va al bordello. Corteggia una fanciulla. È appagato dall’innamoramento di lei.

Le prevedibili vicende dell'esistenza gli offrono l’occasione di godere della “normalità” tanto agognata. Gli si prospetta la vita monda da bramosie inconfessabili. Ma quando bacia Sonoko, non lo sfiora il minimo desiderio. Si tira indietro di fronte alle nozze. Relegato al territorio dell’esclusione, come i liquidi di scolo portati via dal ragazzo con i pantaloni turchini, lo sguardo di Kochan scruta un desiderio inarrivabile.

Contesto. Contraddizioni della bellezza.

Sorprende la biografia di YukioMishima (Tokyo, 14 gennaio 1925 – 25 gennaio 1970). O forse no, dopo aver letto le pagine del suo Confessioni di una maschera. Nel venirne a conoscenza, la reazione è ambivalente. Da una parte la sua vita rispecchia le pagine del libro, dall’altra lascia sbigottiti che ne sia un’immagine così fedele negli aspetti più estremi.

Già il nome dell’autore racchiude un piccolo mistero. Si tratta infatti dello pseudonimo di Hiraoka Kimitake. L’interpretazione della sua opera è stata segnata dalla tragica morte cui è andato incontro volontariamente. Alla mattina ha consegnato il manoscritto del suo ultimo lavoro all’editore. Lo stesso giorno si è ucciso celebrando pubblicamente un vero e proprio suicidio rituale della tradizione dei samurai, quello che in giapponese è detto “seppuku”.

Pubblicato nel giugno del 1949, Confessioni di una maschera ha riscosso grande successo, nonostante il tema fosse scandaloso in quegli anni in Giappone. Gli elementi che nell’esistenza di Mishima concretizzano nel suicidio una netta presa di posizione, sul piano letterario si mostrano nella conflittualità di Kochan. La sua consapevolezza sembra prendere le distanze dall’assolutizzazione della morte gloriosa che rimane relegata alla fantasia. L’aspirazione eroica si scontra e soccombe di fronte all’attaccamento alla vita.

«Mi rendevo conto con vivida chiarezza che la mia vita futura non avrebbe mai toccato un vertice di gloria sufficiente a scusarmi per non esser perito sotto le armi, e quindi non riuscivo a comprendere l’origine della forza che mi aveva spinto a così rapida fuga dagli alloggi del reggimento. Voleva dire che tenevo alla vita, in fin dei conti?»

C’è un’erotizzazione della morte che pervade le pagine di Yukio Mishima. Eros e Thanatos si compenetrano nel più esplicito amplesso. Ma sembra avere la meglio Eros e dileguare almeno temporaneamente la minaccia del sangue versato. Alla sua esistenza invece l’autore dà la svolta funesta e definitiva del suicidio cui attribuisce una valenza politica. In un paese che ha rinunciato all’apparato militare, Mishima aspirava a rinnovare la tradizione dei samurai testimoniando convinzioni di estrema destra. La dimensione privata della sua scelta sembra echeggiare le considerazioni di Kochan, prima di ammettere “vergognosamente” di aver voglia di vivere.

«Quello ch’io avrei voluto era morire in mezzo a estranei, indisturbato, sotto un cielo sgombro di nuvole. E nondimeno il mio desiderio differiva dai sentimenti dell’antico greco che ambiva morire nel sole brillante. Quello ch’io avrei voluto era un suicidio naturale, spontaneo: una morte simile a quella del volpacchiotto, non ancora ben pratico di astuzie, che va errando sbadatamente su un viottolo montano ed è colpito dal cacciatore a causa della sua stupidità …»

Una chiave di lettura è offerta nell’epigrafe che introduce il testo di Mishima. Tutto ruota attorno alla bellezza. Le parole di uno dei più grandi maestri del romanzo ne dipingono il fascino inquieto. La citazione è tratta da uno dei capolavori di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. In quel territorio familiare e ignoto attecchisce e cresce il più forte turbamento.

«La bellezza è una cosa terribile e paurosa. Paurosa, perché è indefinibile, e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi. Qui le due rive si uniscono, qui tutte le contraddizioni coesistono. Io, fratello, sono molto ignorante, ma ho pensato molto a queste cose. Quanti misteri! Troppi enigmi sulla terra opprimono l’uomo. Scioglili, se puoi, e torna salvo alla riva. La bellezza! […] Quello che alla mente sembra una infamia, per il cuore, invece, è tutta bellezza».

Citazioni.

Infetta dal potere veemente, la carne di Omi non era stata mandata in terra per nessun altro scopo che quello di divenire un folle sacrificio umano, da adempiersi senza timore di contagio.

(Mishima, Confessioni di una maschera, cit., p. 72)

Quanto più stavo in ascolto, tanto più percepivo nettamente ch’era davvero la voce di un pianoforte suonato da una ragazza diciassettenne, colma di sogni e ancora ignara della propria bellezza, con dita che serbavano tracce d’infanzia. Pregai che quegli esercizi durassero all’infinito.

(Ivi, p. 115)

Yukio Mishima, Confessioni di una maschera.

Esiste una specie d’impudicizia che si addice unicamente a una vergine, ben diversa da quella d’una donna matura, e che inebria l’osservatore, simile a brezza leggera. È un non so che di cattivo gusto, e nondimeno conserva un certo garbo sottile, analogo, vorrei dire, alla tentazione di fare il solletico a un bambino in fasce.  

(Ivi, p. 169)

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